Cappuccini Marche

LA REGOLA BOLLATA

Cappuccini Marche

Abbracciando la povertà e vestendo l’umiltà
Fra Pietro Maranesi

Il capitolo II della Regola si rivolge a coloro che volevano abbracciare quella vita, esponendo loro sia le condizioni per essere accolti sia i passaggi formativi con cui realizzare tale desiderio. Di questo materiale vorrei evidenziare solo due momenti: l’invito preliminare che veniva rivolto a  chi intendeva aderire a quella forma di vita e la questione dell’abito con il quale vestire e manifestare la propria identità evangelica.

A tutti quelli che desideravano «intraprendere questa vita» (Rb II 1), il ministro, dopo aver appurato la loro adeguatezza a tale scelta (Rb II 2-4), doveva dire «la parola del santo vangelo, cioè che “vadano e vendano tutte le loro cose e procurino di darle ai poveri”. E se non potranno farlo basta ad essi la buona volontà» (Rb II 5-6). I nuovi membri provavano e confermavano la loro ferma intenzione di abbracciare quella forma vita con un atto molto radicale: “regalare tutto ai poveri”. Si trattava di un gesto con cui da una parte davano concretezza al desiderio di stare con Gesù e dall’altra anticipavano lo stile di vita che avrebbero assunto ponendosi alla sua sequela: liberi dall’ansia di dover assicurarsi l’esistenza con i propri mezzi , e leggeri dai possedimenti per poter camminare incontro alla povertà degli altri. Non sceglievano dunque la povertà per la povertà, ma operavano tale scelta per la ricchezza di una vita libera e leggera. In tal modo, infatti, avrebbero ottenuto quanto nel capitolo iniziale della regola antica prometteva loro Gesù: «chiunque avrà lasciato tutto per me riceverà il centuplo e la vita eterna» (Rnb I 5).

Il secondo elemento che vorrei sottolineare riguarda il segno visibile di questa nuova appartenenza: i vestiti indossati da coloro che avevano promesso obbedienza (Rb II 14). Più che della forma dell’abito il testo è preoccupato di due altri aspetti: la qualità povera della stoffa e i sentimenti con cui indossarlo. «Tutti i frati vestano di abiti vili e possano rappezzarli con sacco e altre pezze», cioè siano vestiti come la povera gente. Più che della forma speciale con la quale distinguersi dagli altri, la Regola è preoccupata della qualità umile con cui assomigliare a tutti i poveri. A questa richiesta si aggiunge quella fondamentale, con cui Francesco stesso chiude il capitolo: «Li ammonisco però e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti morbidi e colorati e usare cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso» (Rb II 17). Il rischio era e resta grande: se i loro abiti poveri non vestivano un cuore umile, diventavano l’opposto di quanto significavano, perché si trasformavano in strumento di potere religioso sugli altri. La loro povertà esteriore doveva corrispondere ad un’umiltà di cuore con la quale dare verità e visibilità alla scelta di seguire il Signore. Poveri e umili, dunque, per essere liberi e leggeri: come Gesù.

Tratto dal mensile di Frate Indovino (supplemento Voce Serafica Assisi) – fasc. 03-2023

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