Cappuccini Marche

LA VITA NON È UNA DISGRAZIA

Cappuccini Marche

Se non apprezziamo il dono della vita potremmo persino arrivare a rimproverare Dio di avercela donata. Tuttavia san Paolo ricorda che nessun nemico della vita è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Dio.

di fra Raniero cardinale Cantalamessa

Nessuno saprebbe convincerci del fatto che noi siamo stati creati per amore, meglio di come lo fa santa Caterina da Siena con questa sua infuocata preghiera alla Trinità:
“Come creasti, dunque, o Padre eterno, questa tua creatura? Io sono grandemente stupefatta di ciò; vedo infatti, come tu mi mostri, che per nessuna altra ragione la facesti, se non perché con il lume tuo ti vedesti costringere dal fuoco della tua carità a darci l’essere, nonostante le iniquità che dovevamo commettere contro di te, o Padre eterno”.
Non devo dunque guardare fuori per avere la prova che Dio mi ama: io stesso sono la prova; il mio essere è, in sé stesso, dono. Guardandoci nella fede, noi possiamo dire: esisto, dunque sono amato! Per il cristiano è vero che “essere, è essere amato” (G. Marcel).
Non tutti, si sa, interpretano così la creazione. “Siamo nati per caso”, dicevano già al tempo della Bibbia (cf. Sap 2,2). Oggi c’è chi ritiene l’esistenza dell’uomo e delle cose un effetto di ignote leggi cosmiche. C’è persino chi la vede come una condanna, quasi un essere stati “gettati nell’esistenza”. La scoperta dell’esistenza, che in Caterina da Siena generava stupore e tripudio, in questa ultima prospettiva – che è quella dell’esistenzialismo ateo – genera solamente “nausea”. I santi non dicono cose nuove, ma hanno il dono di dire in modo inimitabile le cose antiche e vere.
A un’altra di queste anime, Giuliana di Norwich, contemporanea di santa Caterina, Dio mostrò un giorno in visione “una piccola cosa, grossa quanto una nocciola, che stava nel palmo della mano”; le fu rivelato che ciò che vedeva era tutto il creato e mentre andava chiedendosi tra sé come potesse durare, dato che era tanto piccola e fragile, una voce dentro di lei rispose: “Dura e durerà sempre perché Dio lo ama”. Alla stessa mistica dobbiamo la rivelazione di un aspetto trascurato, ma certissimo della dottrina biblica dell’amore di Dio: il fatto che Dio gioisce, lui per primo, nell’amarci:
“E così vidi che Dio è contento di essere nostro padre, e Dio è contento di essere nostra madre, e Dio è contento di essere il nostro vero sposo, e l’anima la sua amata sposa. E Cristo è contento di essere nostro fratello, e Gesù è contento di essere il nostro salvatore”.


Un’altra parola che Paolo pronuncia intorno all’amore di Dio, nella Lettera ai Romani, è una parola esistenziale: essa ci riporta a questa vita e all’aspetto più quotidiano e più realistico di essa che è la sofferenza. Il tono del discorso di nuovo si “eleva” e si fa pneumatico:
“In tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati; né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,37-39).
San Paolo ci indica un metodo per applicare alla nostra concreta esistenza la luce dell’amore di Dio che abbiamo contemplato fin qui. I pericoli e i nemici dell’amore di Dio che egli enumera sono quelli che – lo sappiamo – egli ha, di fatto, sperimentato nella sua vita: l’angoscia, la persecuzione, la spada… (cf. 2 Cor 11,23ss). Egli li passa in rassegna nella sua mente e constata che nessuno di essi è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Dio. Le cose che sembravano insormontabili appaiono, in questa luce, cose da poco. Implicitamente, egli invita noi a fare lo stesso: a guardare la nostra vita, così come essa si presenta, a portare a galla le paure che vi si annidano, le tristezze, le minacce, i complessi, quel difetto fisico o morale che non ci fa accettare serenamente noi stessi, e a esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio mi ama. Mi invita a chiedermi: che cos’è, nella mia vita, che tenta di vincermi?
Dalla sua vita personale l’Apostolo passa, nella seconda parte del testo, a considerare il mondo che lo circonda. Anche qui egli osserva il “suo” mondo, con le potenze che lo rendevano allora minaccioso: la morte con il suo mistero, la vita presente con le sue lusinghe, le potenze astrali o quelle infernali che incutevano tanto terrore all’uomo antico. Anche noi siamo invitati a fare lo stesso: a guardare, con gli occhi nuovi che ci ha dato la rivelazione dell’amore di Dio, il mondo che ci circonda e che ci fa paura. Quello che Paolo chiama l’“altezza” e la “profondità”, sono per noi ora, nell’accresciuta conoscenza delle dimensioni del cosmo, l’infinitamente grande in alto e l’infinitamente piccolo in basso, l’universo e l’atomo. Tutto è pronto a schiacciarci; l’uomo è debole e solo in un universo tanto più grande di lui e divenuto, per giunta, ancora più minaccioso, in seguito alle sue scoperte scientifiche. Ma nulla di tutto ciò può separarci dall’amore di Dio. Dio che mi ama ha creato tutte queste cose e le tiene saldamente in mano!
“Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce. Perciò non temiamo se trema la terra, se crollano i monti nel fondo del mare” (Sal 46).
Come è diversa questa visione da quella – ignara dell’amore di Dio – che parla del mondo come di “un formicaio che si va sgretolando” e dell’uomo come di “una passione inutile”, o di “un’onda sulla spiaggia del mare che l’onda successiva cancella”!


Quando parla dell’amore di Dio e di Gesù Cristo san Paolo appare sempre “commosso”: “Mi ha amato – dice di Cristo – e ha dato se stesso per me!” (Gal 2,20). Egli ci indica, con ciò, quale deve essere la prima e più naturale reazione che deve nascere in noi che abbiamo riascoltato la rivelazione dell’amore di Dio: la commozione.
Ricorderò sempre il momento in cui fu dato anche a me, per un istante, di conoscere qualcosa di questa commozione. Avevo ascoltato, in un’assemblea di preghiera, il brano evangelico in cui Gesù dice ai suoi discepoli:
“Non vi chiamo più servi […] ma vi ho chiamati amici” (Gv 15,15).
La parola “amici” mi raggiunse a una profondità mai sperimentata; smosse qualcosa nel profondo di me, tanto che per tutto il resto della giornata andavo ripetendo tra me, pieno di stupore e di incredulità: Mi ha chiamato amico! Gesù di Nazaret, il Signore, il mio Dio! Mi ha chiamato amico! Io sono suo amico! E mi pareva che si potesse volare sui tetti della città e attraversare anche il fuoco, con quella certezza.
Ecco: ho cercato anch’io di fare come il messaggero che, giunto in un posto, si affretta a dare la notizia più importante che ha. Ho voluto mettere, in cima a tutto, l’annuncio che Dio ci ama, perché esso risuoni lungo tutto il cammino e in ogni momento, come una specie di “precomprensione” di origine divina, non umana. Quando la parola di Dio si farà, anche per noi, severa e ci rimprovererà il nostro peccato, o quando il nostro stesso cuore si metterà a rimproverarci, una voce deve continuare a ripetere dentro di noi: “Ma Dio mi ama!”. “Niente mi può separare dall’amore di Dio, neppure il mio peccato!”.
Il Salmo 136 ci aiuta ora a concludere in preghiera, con un grazie che parta dal profondo del cuore, questa riflessione sull’amore di Dio. È chiamato il “grande hallel” e fu recitato anche da Gesù nell’ultima Cena. È una lunga litania di titoli e di gesta di Dio a favore del suo popolo, a ognuno dei quali il popolo è invitato a rispondere con il ritornello: “Perché eterno è il suo amore per noi!”. Noi possiamo continuare questo Salmo, aggiungendo al ricordo dei benefici antichi di Dio quello dei nuovi: “Ha mandato a noi il suo Figlio; ci ha donato il suo Spirito; ci ha chiamati alla fede; ci ha chiamati amici…” e ogni volta rispondere anche noi: “Perché eterno è il suo amore per noi!”.


(Questa meditazione è tratta dal testo La vita in Cristo ed è qui pubblicata per gentile concessione di Àncora editrice – Milano).

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