Cappuccini Marche

L’appropriazione personale della fede

Cappuccini Marche
Silhouette of Jesus giving helping hand with sunset background


Non basta riconoscere Cristo come Salvatore del mondo. Occorre riconoscerlo come Salvatore della propria vita: è un momento che non si dimentica più, quello in cui si fa questa scoperta e si riceve questa illuminazione.
di fra Raniero cardinale Cantalamessa


L’aspetto personale e soggettivo della salvezza è uno degli apporti più significativi di Lutero alla spiritualità cristiana. “Con fiducia costante – scrive – devi pensare che tu sei uno di coloro, per i peccati dei quali egli è stato dato a morte. È questa la fede che ti giustifica; essa farà sì che il Cristo abiti, viva e regni in te”. In questo modo la fede, con una appropriazione personale, si impadronisce del Cristo come dato “per me”. Il Cristo è veramente e propriamente “tuo” – inculca il riformatore – con la sua vita, opere, morte e risurrezione, al punto che tutto ciò che egli è e tutto ciò che ha, tutto ciò che ha fatto e può fare, è tuo. L’opera della fede è dunque di afferrare e impadronirsi della vittoria di Cristo. “Credere a questo ‘per me’ è ciò che fa vera la fede e la distingue da ogni altra fede che invece si limita ad ascoltare le cose accadute”. È quello che affermava già san Paolo quando diceva, usando il singolare: «Mi ha amato e ha dato sé stesso per me» (Gal 2,20). Questa intuizione teologica di Lutero, nel corso del secolo XVIII, divenne esperienza vissuta e mise in moto un vasto movimento spirituale che dura ancora. Avvenne quando, per ridare vita alla ortodossia protestante divenuta arida e razionalistica, molti cercarono di riannodare il legame con la grande tradizione della patristica greca e della mistica cattolica e cominciarono a leggere e tradurre libri come l’Imitazione di Cristo e altri classici della spiritualità cristiana. Fu il movimento da cui nacque, nell’ambito tedesco, il Pietismo e, nell’ambito anglosassone, il Metodismo.


Decisiva, a questo riguardo, fu l’esperienza di John Wesley, iniziatore del Metodismo. Una sera, a Londra, egli si recò a una riunione in cui qualcuno commentava la prefazione di Lutero alla Lettera ai Romani, ed ecco la descrizione, fatta da lui stesso, di ciò che avvenne: “Verso le nove meno un quarto, mentre si leggeva la descrizione del mutamento che Dio opera nel cuore, attraverso la fede in Cristo, sentii il mio cuore stranamente infiammarsi; sentii che riponevo in Cristo e solo in Cristo la fiducia della mia salvezza, e mi venne donata la sicurezza che egli aveva tolto i miei peccati, proprio i miei, e mi aveva salvato dalla legge del peccato e della morte. E mi trovai a pregare intensamente per tutti coloro che mi avevano trattato con disprezzo e perseguitato”.
Il fratello, Charles Wesley, fece un’esperienza analoga e in uno dei suoi inni canta la gioia di poter chiamare “mio” il Salvatore e di sentire il sangue dell’espiazione direttamente applicato “all’anima mia”. Non c’è comunità cristiana di lingua inglese dove non si canti ancora con commozione l’inno di John Newton Amazing grace, uscito da questa temperie spirituale e reso ancora più toccante dalla bellissima melodia nata, pare, tra gli schiavi d’America. La prima strofa dice:

Stupenda grazia! Dolcissima parola
che mi salvò dal grande naufragio!
Ero perduto ed egli mi ha trovato,
Io ero cieco ed ecco che ora vedo.

L’esperienza di salvezza che si fa con Cristo è meravigliosamente esemplificata dall’episodio di Pietro che affonda sul lago. Noi facciamo quotidianamente l’esperienza di affondare: nel peccato, nella tiepidezza, nello scoraggiamento, nell’incredulità, nel dubbio, nella tristezza, nella routine… La fede stessa è un camminare sul ciglio di un burrone, con la sensazione che ad ogni istante potremmo perdere l’equilibrio e cadervi dentro, cadere anche noi nell’incredulità.
In queste condizioni è una consolazione immensa sapere che ogni volta c’è la mano di Cristo pronta a sollevarti, se solo tu la cerchi e l’afferri. Si può giungere perfino a una certa intima gioia nel ritrovarsi peccatori e bisognosi di perdono, come quella che la liturgia canta la notte di Pasqua nell’Exultet: “O felice colpa che ci ha meritato un tale e così grande Redentore!”. Sì, benvenuta anche la colpa, se serve a farci scoprire quale Salvatore abbiamo in Cristo!
Quanto bisogno di perdono, quante lacrime, quante umili implorazioni, quanta commossa gratitudine e quanta indulgenza verso le colpe altrui che non avremmo mai conosciuto senza l’esperienza della colpa! Quanti De profundis e quanti Miserere recitati in meno, o con minore slancio del cuore, se Dio ci avesse risparmiato ogni tentazione e caduta. La coscienza cristiana lo sa e per questo, nello stesso preconio pasquale dell’Exultet, chiama il peccato di Adamo non solo “felice”, ma addirittura “necessario”: “Era davvero necessario il peccato di Adamo che è stato distrutto dalla morte di Cristo”.


È vero che “non si deve commettere il peccato perché abbondi la grazia” (cf. Rom 6,1), ma è vero anche che, una volta commesso, il peccato può essere l’occasione di una grazia che diversamente non avremmo mai conosciuta. Dio permette il peccato perché si cerchi la grazia e dona la grazia perché si eviti il peccato.
Scrivendo contro gli eretici docetisti del suo tempo, che negavano l’incarnazione del Verbo e la sua vera umanità, Tertulliano esce nel grido: “Risparmia colui che è l’unica speranza di tutto il mondo”.
È il grido accorato che dobbiamo ripetere agli uomini d’oggi, tentati di fare a meno di Cristo. È lui, ancora oggi, l’unica speranza del mondo. Quando l’apostolo Pietro ci esorta a «rendere ragione della speranza che è in noi» (1 Pt 3,15), ci esorta a parlare agli uomini di Cristo, perché è lui la ragione della nostra speranza.
Dobbiamo ricreare le condizioni per una ripresa della fede in Cristo. Riprodurre lo slancio di fede da cui nacque il simbolo di Nicea che ancor oggi è ciò che unisce tutti i credenti in Cristo, a qualsiasi confessione appartengano. Il corpo della Chiesa ha prodotto in quella occasione uno sforzo supremo, elevandosi, nella fede, al di sopra di tutti i sistemi umani e di tutte le resistenze della ragione. In seguito è rimasto il frutto di questo sforzo, il simbolo di fede. La marea si è sollevata una volta a un livello massimo e ne è rimasto per sempre il segno sulla roccia. Bisogna però che si ripeta la sollevazione, non basta il segno. Non basta ripetere il credo di Nicea; occorre rinnovare lo slancio di fede che si ebbe allora nella divinità di Cristo e di cui non c’è stato più l’eguale nei secoli.


Definendo il Figlio “della stessa sostanza del Padre” (homoousios), il Concilio di Nicea ha voluto dire che, in ogni cultura, Cristo deve essere ritenuto “Dio” non in un senso qualsiasi, o in un senso attenuato e derivato, ma nel senso più forte che la parola “Dio” ha in quella cultura. Ricordare questa verità agli uomini del nostro tempo è il compito sovrumano, ma bellissimo, affidato a tutti coloro che, a titolo diverso, sono chiamati ad annunciare oggi Cristo al mondo. Kierkegaard ha scritto:
“Quel Dio che ha creato l’uomo e la donna, così ha formato l’eroe e il poeta o l’oratore. Questo non può fare ciò che fa quello; egli può soltanto ammirare, amare, rallegrarsi con l’eroe. Tuttavia anch’egli è felice, non meno dell’eroe. Infatti l’eroe è la sua migliore essenza, ciò di cui è innamorato, felice di non esserlo lui stesso, così che il suo genio possa manifestarsi con l’ammirazione. Egli è il genio del ricordo che non può far nulla senza ricordare quel che è stato fatto… Egli segue la scelta del suo cuore, ma quando ha trovato ciò che cerca, allora va di porta in porta con i suoi canti e i suoi discorsi, proclamando che tutti devono ammirare l’eroe come fa lui, essere fieri dell’eroe come lo è lui”.
Per il filosofo, l’eroe è Abramo e il poeta lui stesso. Ma quanto è immensamente più vero tutto ciò, se applicato all’eroe che è Cristo e ai poeti ed oratori che devono essere i suoi annunciatori. Egli è l’unico vero eroe della storia e del mondo. Unico perché anche Dio. •

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