Cappuccini Marche

Amati da Dio

Cappuccini Marche
Front view of young family with two small children indoors in bedroom reading a book.


La cosa più importante, a proposito dell’amore di Dio, non è che l’uomo ama Dio, ma che Dio ama l’uomo e lo ama per primo: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi» (1 Gv 4,10).
di fra Raniero cardinale Cantalamessa


Il nostro intento, in questa meditazione, è di ristabilire l’ordine rivelato dalla parola di Dio, tornando a mettere il “dono” prima del “comandamento” e a porre in cima a ogni discorso l’annuncio semplice e sconvolgente che “Dio ci ama”. Da esso infatti dipende tutto il resto, compresa la nostra stessa possibilità di amare Dio: «Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo», dice ancora Giovanni» (1 Gv 4,19).
Il nostro spirito è così fatto che, normalmente, deve rimanere a lungo “esposto” a un pensiero perché esso vi lasci un’impronta duratura; nulla di ciò che lo attraversa fugacemente vi resta veramente impresso e lo trasforma. Dobbiamo dunque ora esporci al pensiero dell’amore di Dio, come la terra si espone ogni giorno al sole per ricevere da esso luce, calore e vita. Questo non può avvenire in altro modo che interrogando la rivelazione divina. Chi altri infatti potrebbe assicurarci che Dio ci ama all’infuori di Dio stesso? Tutto ciò che Dio fa e dice nella Bibbia è amore, anche la “collera di Dio” non è altro che amore. Dio è amore! “Non importa” – è stato detto – “sapere se Dio esiste; importa sapere se è amore”. E la Bibbia ci assicura proprio di questo: che egli è amore.


Dio ci parla del suo amore nei profeti, servendosi anzitutto dell’immagine dell’amore paterno. Dice in Osea:
«Quando Israele era giovinetto io l’ho amato… A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro» – siamo davanti a una delle immagini più toccanti della Bibbia! – «come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4).
Dio mette a parte il profeta del suo intimo dramma, di una specie di “debolezza” e di impotenza in cui egli si trova a causa del suo sviscerato amore per la creatura. Dio prova un tuffo al cuore al pensiero che il suo popolo possa essere distrutto:
«Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Io sono Dio, non uomo» (Os 11,8-9).
Un uomo potrebbe dare sfogo all’ardore della sua ira e normalmente lo fa, ma Dio no, perché egli è “santo”, è diverso; se anche noi siamo infedeli, egli rimane fedele perché non può rinnegare se stesso (cf. 2 Tm 2,13). Ritroviamo questo stesso linguaggio in Geremia:
«Efraim è il figlio che amo, il mio bambino, il mio incanto! Ogni volta che lo riprendo mi ricordo di ciò, mi si commuovono le viscere e cedo alla compassione» (Ger 31,20).
In questi oracoli, l’amore di Dio si esprime contemporaneamente come amore paterno e materno. L’amore paterno è fatto di stimolo e di sollecitudine; il padre vuol far crescere il suo bambino e portarlo alla piena maturità. Per questo un papà difficilmente loderà incondizionatamente il figlio in sua presenza: ha paura che si creda arrivato e che non progredisca più. Al contrario, egli corregge spesso il figlio: «Qual è il figlio» – è scritto – «che non è corretto dal padre?» (Eb 12,7) e anche il Signore «corregge colui che ama» (Eb 12,6). Ma non solo questo. Il padre è anche colui che dà sicurezza, che protegge, e Dio si presenta all’uomo, lungo tutta la Bibbia, come la «sua roccia, il suo baluardo e la sua potente salvezza» (Sal 18,2-3).


L’amore materno invece è fatto di accoglienza e di tenerezza; è un amore “viscerale”; parte dalle profonde fibre dell’essere della madre, là dove la creatura si è formata, e di lì afferra tutta la sua persona facendola “fremere di compassione”. Qualunque cosa, anche terribile, abbia fatto un figlio, se torna, la prima reazione della madre è sempre quella di aprirgli le braccia e di accoglierlo. Se un figlio, fuggito di casa, torna, è la madre a dover supplicare e convincere il papà a riaccoglierlo e a non muovergli troppi rimproveri. Nell’ambito umano, questi due tipi di amore – virile e materno – sono sempre, più o meno nettamente, ripartiti; in Dio sono uniti. Ecco perché l’amore di Dio si esprime, talvolta, anche esplicitamente con l’immagine dell’amore materno:
«Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto delle sue viscere?» (Is 49,15); «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is 66, 13).
L’uomo conosce per esperienza un altro tipo di amore, quello di cui si dice che è «forte come la morte […] le sue vampe sono vampe di fuoco” (Ct 8,6), e anche a questo tipo di amore Dio ha fatto ricorso, nella Bibbia, per darci un’idea del suo appassionato amore per noi. Tutte le fasi e le vicissitudini dell’amore sponsale sono evocate e utilizzate a questo scopo: l’incanto dell’amore allo stato nascente nel fidanzamento (cf. Ger 2,2); la pienezza della gioia del giorno delle nozze (cf. Is. 62,5); il dramma della rottura (cf Os. 2,4 ss) e infine la rinascita, piena di speranza, dell’antico vincolo (cf Os. 2,16; Is 54,8).


L’amore sponsale è, fondamentalmente, un amore di desiderio. Se è vero, perciò, che l’uomo desidera Dio, è vero, misteriosamente, anche il contrario e cioè che Dio desidera l’uomo! Un tratto caratteristico dell’amore sponsale è la gelosia e difatti la Bibbia afferma spesso che Dio è un “Dio geloso” (cf. Es 20,5; Dt 4,24; Ez 8,3-5). Nell’uomo la gelosia è indice di debolezza; l’uomo geloso, o la donna gelosa, teme per sé; ha paura che un’altra persona, più “forte” di lui, possa portargli via il cuore della persona amata. Dio teme non per sé, ma per la sua creatura; non per la sua debolezza, ma per la debolezza della sua creatura. Sa che, dandosi in braccio agli idoli, essa si consegna alla menzogna e al nulla. L’idolatria, in tutte le sue forme, è il terribile rivale di Dio in tutta la Bibbia; gli idoli sono i falsi amanti (cf. Os 2,7 ss; Ger 2,4; Ez 16). La gelosia di Dio è segno di amore e di zelo, non di imperfezione.
Rivelando il suo amore, Dio rivela, contemporaneamente, anche la sua umiltà. È lui, infatti, che cerca l’uomo, che cede, che perdona, ed è sempre pronto a ricominciare da capo. Innamorarsi è sempre un atto di umiltà. Quando un giovane, in ginocchio, come avveniva una volta, chiede la mano di una ragazza, fa il più radicale atto di umiltà della sua vita. Si fa mendicante; è come se dicesse: “Dammi anche il tuo essere, perché il mio non mi basta, io non basto a me stesso!”. Ma Dio perché si innamora, perché si umilia? Ha forse anche lui bisogno di qualcosa? No; al contrario, il suo amore è pura gratuità: egli ama non per completarsi, ma per completare, non per realizzarsi, ma per realizzare. Ama perché “il bene ama diffondersi”. Questa è la qualità unica e irripetibile dell’amore di Dio. Dio, amando, non cerca nemmeno la sua gloria; o meglio, cerca, sì, la sua gloria, ma questa gloria non è altro che quella di amare l’uomo gratuitamente. “La gloria di Dio – dice sant’Ireneo – è l’uomo vivente!”.


Lo stesso santo ci ha lasciato una pagina sulla gratuità dell’amore di Dio che la Chiesa non si stanca di meditare ancora oggi (l’ha inserita infatti, come lettura, nella Liturgia delle Ore):
“Dio non si procurò l’amicizia di Abramo a causa di un suo bisogno, ma perché, essendo buono, voleva donare ad Abramo la vita eterna […], perché l’amicizia di Dio procura incorruttibilità e vita eterna. Così, all’inizio, Dio non creò Adamo perché avesse bisogno dell’uomo, ma per avere uno sul quale deporre i suoi benefici. Benefica quelli che lo servono per il fatto stesso che lo servono e quelli che lo seguono per il fatto stesso che lo seguono, ma non riceve da loro alcun beneficio, perché è perfetto e non ha bisogno di nulla […]. Egli preparava i profeti per abituare l’uomo sulla terra a portare il suo Spirito e a possedere la comunione con Dio. Egli che non ha bisogno di nulla offriva la sua comunione a quelli che avevano bisogno di lui”.
Dio ama perché è amore; la sua è una gratuita necessità e una necessaria gratuità.
Di fronte all’insondabile mistero di questo amore di Dio, si capisce lo stupore del salmista che si domanda: «Ma cosa e mai l’uomo, o Dio, perché tu te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne prendi tanta cura?» (cf. Sal 8,5).
(Questa meditazione è tratta dal testo La vita in Cristo ed è qui pubblicata per gentile concessione di Àncora editrice – Milano). •

Share This Article